DIETA AMINOACIDICA

Perdere peso non è la stessa cosa che dimagrire. Dimagrire è un investimento che si fa per il proprio futuro. Si deve imparare a dimagrire ed imparare costa un po’ di fatica. Dopo l’adolescenza il corpo umano è formato da organi che non si modificano più: lo scheletro, il cuore, i reni, l’intestino, il sistema nervoso, etc. Esistono però due organi che, a fronte delle nostre scelte di vita, decidono quanto debbono essere grandi: i muscoli e il tessuto adiposo. Il corpo umano è una macchina complessa che richiede un abbondante quantitativo di carbonio, ossigeno, idrogeno e azoto. In linea del tutto teorica potremmo vivere solo di proteine (e quindi di aminoacidi) perché queste ci garantiscono tutti gli atomi indispensabili per la vita, mentre non potremmo vivere di soli carboidrati e lipidi, perché questi alimenti non sono in grado di ridarci l’Azoto che perdiamo nelle vie metaboliche.

 

 

La miglior dieta è indubbiamente quella che fa mangiare meno, ma i lavori scientifici effettuati con diete a basse calorie ne hanno decretato il fallimento quasi totale.

Con tali diete, infatti, solo i pazienti che hanno meno di 10 kg da perdere hanno qualche speranza di successo. Tuttavia, anche in questi casi, una dieta ipocalorica, per quando ben equilibrata, rimane la più dura, la più difficile e la più penosa da fare perché non toglie la fame.

Gli abbandoni sono quindi molto facili. In più, tale tipo di dieta è troppo lungo da seguire. Una perdita di 500 grammi la settimana è un fattore demotivante per un paziente che ha un sovrappeso di oltre 10 kg.

Un’alternativa a questo tipo di dieta potrebbe quindi essere il digiuno assoluto con la sola assunzione d’acqua a volontà. Questo regime tuttavia, porta in breve tempo ad una perdita di massa magra, la parte metabolicamente più attiva dell’organismo, superiore alla perdita di massa grassa che si vuole eliminare.

Dopo 10 giorni di digiuno, il paziente si ritrova, infatti, con circa due chili di tessuto muscolare in meno, soprattutto a livello dei muscoli striati che comprendono, tra l’altro, un muscolo importantissimo come il cuore. Da qui gli altissimi rischi.

Per tali ragioni, già in passato, si è cominciata a studiare la possibilità di trovare una dieta che consentisse di dimagrire e nello stesso tempo minimizzasse la perdita di massa magra. Il primo ad arrivare a quest’obiettivo è stato un certo prof. Blackburn, medico americano che, somministrando ai propri pazienti a digiuno una certa quantità di aminoacidi privi di carboidrati, ha inventato quella che verrà in seguito chiamata dieta aminoacidica.

Va detto subito comunque che anche la dieta aminoacidica è una dieta fortemente ipocalorica. Essa, infatti, ha meno di 400 calorie per cui conserva molte affinità fisiologiche con il digiuno. Per capire quindi cosa succede nella dieta aminoacidica è importante sapere prima cosa succede nel digiuno, anche se ovviamente non è la stessa cosa.

Nel digiuno, soprattutto se oltre il mese, vi è, come abbiamo visto, il grande problema della riduzione della massa magra e quindi della quota aminoacidica dell’organismo con tutti i risvolti pericolosi che questo comporta. Bisogna dire tuttavia che quando il paziente beve e introduce minerali la sopravvivenza può durare a lungo.

Va ricordato, infatti, che 10 kg di grasso forniscono 70.000 calorie. La perdita di massa magra porta comunque a stanchezza, ad astenia e a dimagrimento nelle parti più visibili come ad esempio sul viso dove la massa magra viene colpita prima di altre zone. Inoltre se chi digiuna è donna, il seno diventa cadente, compaiono smagliature, rughe e così via, proprio a causa del catabolismo proteico.

Nel digiuno inoltre il paziente non prende glucosio. Tuttavia il cervello deve nutrirsi di glucosio. Il cervello, infatti, ha bisogno di 150 gr. di glucosio al giorno. Pertanto se non s’introduce glucosio con l’alimentazione, l’organismo deve attivare forzatamente delle vie metaboliche alternative per trovare il glucosio necessario al cervello.

Il principio di utilizzo di queste vie metaboliche alternative è anche quello che, come vedremo, viene sfruttato nella dieta aminoacidica. Il reperimento di glucosio, che è accompagnato dall’abbassamento dell’insulina e dall’innalzamento del suo ormone antagonista, il glucagone, avviene attraverso l’attivazione della glicogenolisi.

Viene usata cioè la scorta strategica dei 400-500 gr. di glucosio immagazzinati sotto forma di glicogeno nei muscoli e nel fegato. La glicogenolisi può fornire tuttavia solo 1600-2000 calorie circa.

Passate quindi alcune ore dall’inizio del digiuno ed esaurita la glicogenolisi, l’organismo si ritrova nuovamente a corto di glucosio. Così, per soddisfare le esigenze del cervello, all’organismo non resta che trasformare le proteine in glucosio.

Le proteine sono contenute per la gran parte nel tessuto muscolare che costituisce anche la gran parte della massa magra. Pertanto una volta attivato questo processo, che viene chiamato gluconeogenesi, cioè formazione ex-novo di glucosio, comincia anche il consumo dei muscoli e di conseguenza tutti i problemi legati al consumo della massa magra.

Nella prima fase del digiuno, l’organismo segue dunque la strada della trasformazione delle proteine in glucosio e solo successivamente si rivolge al consumo dei grassi. E’, infatti, molto più facile trasformare le proteine in glucosio che non i grassi in glucosio.

La lipolisi, o liberazione dei grassi dalle cellule adipose con la conseguente trasformazione dei grassi in glucosio, è, infatti, un processo più complicato alla fine del quale si ha la formazione dei cosiddetti corpi chetonici che, come vedremo, hanno un ruolo importantissimo durante il digiuno.

La lipolisi si attiva quando, in mancanza di glucosio, l’insulina, che abitualmente stimola l’immagazzinamento dei grassi nelle cellule del tessuto adiposo facendo entrare lo zucchero nella cellula e trasformandolo in grasso, si abbassa (questo meccanismo di abbassamento dell’insulina è secondo Blackburn l’elemento vincente della sua dieta) e fa aumentare il livello del glucagone e del GH, l’ormone della crescita, che stimolano invece la liberazione dei grassi.

Attivata la lipolisi i grassi vengono scissi in glicerolo ed acidi grassi.Il glicerolo viene ossidato a livello epatico in  glucosio per un processo di neoglucogenesi (uguale a quello descritto prima per le proteine).Il glucosio così formato viene utilizzato da cellule(globuli rossi,surrenali) che vengono per questo chiamate glucodipendenti,in quanto funzionano solo in presenza di glucosio.

Il 40% dei grassi liberati durante la lipolisi indotta viene utilizzato direttamente nel tessuto muscolare.L’altro 60% subisce una beta-ossidazione a livello epatico con la formazione di Acetil-CoA.Dalla successiva condensazione di due di queste molecole si forma l’acido acetoacetico.Questo si trasforma in acetone ed acido beta-idrossi-butirrico.

Questi tre composti vengono chiamati corpi chetonici.

Una volta attivata, la lipolisi si conclude quindi, come abbiamo visto, con la formazione dei corpi chetonici la cui presenza nell’organismo è la conseguenza fisiologica proprio della mancanza di glucosio. In questa situazione, infatti, i grassi che sono bruciati per produrre energia, vengono bruciati in modo incompleto.

L’AcetilCoA, che è il prodotto finale della combustione attivata con la lipolisi, non trova, infatti, sufficiente ossalacetato, prodotto derivato invece dalla glicolisi, per entrare insieme nel Ciclo di Krebs, il più efficiente e completo processo biochimico da cui l’organismo ricava energia per la sua sopravvivenza.

Le molecole di Acetil CoA che si formano in eccesso per la forzata lipolisi e che non riescono ad entrare nel ciclo di Krebs per la mancanza di glucosio, si uniscono quindi insieme e formano i corpi chetonici. Significativamente ne viene prodotta una quantità di circa 150 gr. al giorno, la stessa quantità di glucosio che serve al cervello in condizioni normali.

La corretta funzionalità pancreatica,peculiarità del paziente non diabetico,permetterà la successiva riconversione,in presenza di minime concentrazioni di glucosio e di insulina,dei corpi chetonici in Acetil-CoA e la loro successiva metabolizzazione,evitando in tal modo un accumulo di corpi chetonici che determinerebbero una chetoacidosi scompensata,tipica del diabetico di tipo I che attua una dieta chetogena

Ai fini della sopravvivenza pertanto, la formazione di corpi chetonici assume un aspetto altamente positivo. Essi diventano infatti l’unica fonte di energia per il cervello e gli consentono di funzionare bene anche quando il glucosio non è più disponibile, sia per un lungo digiuno, sia per un’insufficiente introduzione alimentare come succedeva in passato durante i periodi di carestia.

In più i corpi chetonici consentono all’organismo di adattarsi meglio a questa nuova situazione. Essi, infatti, hanno un effetto anoressizzante ed euforizzante.

Ecco spiegato perché in molti casi chi digiuna non ha fame ed è ottimista. Questa situazione tuttavia non è una condizione ottimale per l’organismo ed il prezzo da pagare, oltre alla perdita della massa magra, può diventare molto caro.

Per essere eliminati i corpi chetonici richiedono, infatti, una grossa diuresi e questo comporta una notevole perdita di sali minerali, come sodio, potassio e calcio che devono essere assolutamente reintegrati, pena il rischio di gravi aritmie cardiache.

I reni quindi subiscono un notevole sovraccarico e devono funzionare bene. In più i corpi chetonici, che per loro natura sono sostanze acide, possono indurre il rischio di un’acidosi che va anch’essa adeguatamente compensata.

La dieta aminoacidica non è quindi per tutti. Si vedano a questo proposito le avvertenze alla fine dell’articolo. Ma, continuiamo il nostro discorso e vediamo ora quali sono le affinità della dieta aminoacidica con il digiuno e qual è il modo per evitare il consumo della massa magra.

Nella dieta aminoacidica si ha, come nel digiuno, la diminuzione del glucosio nel sangue e di conseguenza un’attivazione forzata del consumo dei grassi presenti nelle cellule adipose e la produzione di corpi chetonici.

Tuttavia, a differenza del digiuno assoluto, nella dieta aminoacidica viene bloccato il consumo di massa magra con la somministrazione controllata e personalizzata di adeguate quantità di proteine ad alto valore biologico in grado di compensare quegli aminoacidi che l’organismo andrebbe a prendersi dai muscoli per trasformarli in glucosio.

Dal punto di vista fisiopatologico possiamo suddividere la dieta in due stadi, dal primo al terzo giorno e dopo il terzo giorno. Nel primo stadio il cervello utilizza il glucosio disponibile. Nel frattempo è attivata la neoglucogenesi.

E’ comunque molto importante far capire ai pazienti che i primi due giorni sono quelli più duri, perché pur introitando le proteine previste, l’abbassamento progressivo del glucosio crea le stesse sensazioni presenti nel digiuno. Non essendosi ancora formati i corpi chetonici, non c’è ancora la possibilità da parte del cervello di adattarsi a questa nuova situazione.

In ogni caso la sensazione che si prova in questi primi due giorni è molto soggettiva. Alcuni sopportano bene, altri sono indifferenti, altri stanno male fino al terzo giorno. Tuttavia quando il paziente è informato della situazione ed è ben motivato ad affrontarla, tutto diventa più facile.

La sua cooperazione è comunque indispensabile per la buona riuscita della dieta, anche perché la cultura oggi dominante tra la gente in fatto di diete si basa ancora sul concetto di caloria. Concetto che deve essere assolutamente rimosso e dimenticato quando si affronta la dieta aminoacidica.

Da questo punto di vista la dieta aminoacidica è, infatti, una dieta particolare che non ha nulla a che fare con le calorie perchè la minima trasgressione rispetto a quanto viene prescritto, la può far fallire. Paragonando, infatti, questa dieta ad altre basate sulle calorie, si potrebbe essere indotti a pensare che una piccola fetta biscotta dal punto di vista puramente calorico possa essere assolutamente insignificante.

In realtà anche un modestissimo apporto di carboidrati, può annullare il passaggio dall’ipoglicemia alla chetogenesi allungando non solo il periodo di sofferenza, ma anche tutto il periodo di adattamento dell’organismo alla nuova situazione o facendolo ripartire da capo. Solo l’attivazione costante della chetogenesi attiva, infatti, la lipolisi e quindi tutto il meccanismo su cui si basa la dieta.

Il secondo stadio della dieta comincia dal terzo giorno in poi, quarantotto o settantadue ore dopo l’inizio. Questa fase è quella che da le maggiori soddisfazioni. In questa fase si attiva, infatti, la lipolisi ed il cervello impara ad utilizzare i corpi chetonici come fonte energetica.

La neoglucogenesi aminoacidica si ferma ed il bilancio proteico è in pareggio perché compensato dall’alimentazione, a base di proteine, che viene fornita. In più comincia a farsi sentire l’effetto anoressizzante e quello euforizzante dei corpi chetonici.

L’introduzione delle proteine è fondamentale non solo per la conservazione della massa magra, ma anche per il buon funzionamento dell’apparato immunitario e dell’apparato sessuale. Gli ormoni, infatti, sono proteine e l’amenorrea che compare, in molte donne a dieta forzata e squilibrata, è un meccanismo fisiologico per impedire un’eventuale gravidanza, cui il corpo risponderebbe in modo inadeguato.

Se la dieta aminoacidica è seguita correttamente, i problemi ormonali, che diventano in altre diete un sintomo precocissimo e frequentissimo di consumo della massa magra, non si presentano. Né si presentano le rughe sul viso e le smagliature visto che le proteine sono sostanze fondamentali del tessuto di sostegno e del collagene.

Non c’è quindi l’invecchiamento delle altre diete, anzi c’è un miglioramento dell’aspetto a volte sorprendente. Tutto questo purché la dieta sia seguita rigorosamente.

La grande novità di questa dieta è inoltre quella di poter agire sulle adiposità localizzate in particolare su quelle di tipo ginoide, portando al riequilibrio della silhouette che è il principale problema di molte donne. Per questo alcuni la chiamano “liposuzione alimentare”.

Sappiamo, infatti, che il tessuto adiposo non è un tessuto inerte. In esso si svolgono numerosi processi biochimici di sintesi e di catabolismo sotto l’influenza sia degli ormoni estrogeni che del GH, l’ormone della crescita. Sappiamo inoltre che la diversa disposizione del tessuto adiposo nell’uomo e nella donna è un carattere sessuale secondario legato proprio all’influenza degli ormoni sessuali.

Ma, mentre gli ormoni sessuali, femminili, assieme all’insulina influenzano la sintesi del tessuto adiposo, il GH l’inibisce, come è stato anche dimostrato recentemente a livello genetico.

In particolare sappiamo anche che l’insulina è l’ormone dell’immagazzinamento (dei grassi) a livello addominale e che gli ormoni sessuali femminili immagazzinano i grassi a livello trocanterico(cosce),fianchi e ginocchia.

Nel protocollo aminoacidico la mancanza di glucosio determina un drastica riduzione dell’insulina con relativa lisi dei grassi a livello addominale,mentre il concomitante aumento del GH (legato sia alla mancanza di zuccheri sia all’introduzione di particolari aminoacidi che ne aumentano la formazione) bloccando alcuni enzimi (transcriptasi) inibisce la funzione degli estrogeni a livello locale decretando la lisi del grasso in zone particolari (adiposità localizzate tipo ginoide)

Vi è quindi un equilibrio opposto di sintesi e di lisi tra questi ormoni ed il GH. Aumentare pertanto il GH nelle donne, significa poter ottenere dei risultati di lipolisi anche localizzata. La dieta aminoacidica raggiunge anche quest’obiettivo come dimostrano gli elevati valori di GH che si possono riscontrare nel sangue di chi la segue.

Per dare i migliori risultati la dieta aminoacidica deve durare almeno una settimana e meglio ancora una ventina di giorni. Non vale la pena comunque prolungarla oltre, perché dopo questo periodo il trend di dimagrimento rallenta ed il paziente comincia a dare segni d’indisponibilità.

Per questo motivo ad essa viene fatta seguire una dieta dissociata da continuare se si ha la necessità di perdere ancora qualche chilogrammo in modo generale. Dopo quest’intervallo si può tornare di nuovo alla dieta aminoacidica e così via fino al raggiungimento del peso ideale. Una volta raggiunto il peso previsto, lo si mantiene facendo una dieta ipocalorica bilanciata.

Avvertenze

La dieta proteica secondo Blackburn è da tempo conosciuta ed impiegata in tutto il mondo nella terapia delle forme più gravi e resistenti di obesità. Si tratta tuttavia di una dieta volutamente assai squilibrata nella composizione nutrizionale, per certi versi, quindi, antifisiologica, in quanto si pone l’obiettivo di alterare il metabolismo al fine di attivare la lipolisi senza depauperare la massa magra.

Di conseguenza, per essere effettuata in tutta tranquillità, richiede una serie di precauzioni:

  • Deve essere effettuata solo su prescrizione del medico, il quale seleziona i casi in cui può essere applicata ed esclude, invece, i soggetti che presentano situazioni che possano rendere sconsigliabile tale trattamento.
  • Deve essere preceduta da un’accurata valutazione delle condizioni fisiche e dei parametri ematochimici.
  • Deve essere sostenuta per brevissimi periodi durante i quali sono necessari controlli clinici.
  • Non può essere successivamente ripetuta senza nuovi esami e senza la supervisione del medico.

Non è quindi certo una dieta il cui protocollo possa essere semplicemente trasmesso a conoscenti e congiunti, visti gli inconvenienti anche seri che ne potrebbero derivare.